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Una questione di centimetri

Aggiornato il: 17 nov 2019

Emiliano Mondonico all'inaugurazione di Via Valentino Mazzola a Milano, il 13 novembre 2017 (foto © Maurizio Giuseppe Montagna)

Gli spalti sono gremiti. Quasi 40.000 persone attendono impazienti il fischio d'inizio, 10.000 bandiere sventolano. Le strade di Bergamo sono insolitamente silenziose: si sentono solo i cori che provengono dal Comunale e si fanno man mano più forti e comprensibili quanto più ci si addentra nella zona di Conca Fiorita. Chi ha cercato di acquistare un biglietto senza fortuna è lì, a casa, davanti allo schermo, dove sono le voci di Bruno Pizzul e Sandrino Mazzola a rompere l'inquieto silenzio dell'attesa.

Il 20 aprile 1988, c'è chi è allo stadio dalle 17. E chi invece arriva all'ultimo minuto. Come Eddy Merckx, invitato da Felice Gimondi, rivale da una vita, amico da una vita. Un tifoso nerazzurro mica da ridere, il campione di Sedrina: non per niente è presidente del Club Amici dell'Atalanta. Ma anche il Cannibale non scherza in quanto a passione: in mattinata era in Belgio, a dare il via alla 50esima edizione della Gent-Wevelgem, e poi è volato a Bergamo per raggiungere il vecchio amico-rivale. Per una nuova sfida – non più sulle strade del Giro, del Tour o delle classiche, ma sulle tribune, come semplici tifosi. Gimondi a soffrire per l'Atalanta, Merckx per il Mechelen. Anche se, in realtà, il Cannibale è tifoso dell'Anderlecht.



Emiliano Mondonico allenatore dell'Atalanta

Emiliano Mondonico si siede sulla sua panchina. E' il grande artefice di un capolavoro. Il primo, grande acuto europeo nella sua carriera di allenatore. E' un punto di arrivo e di partenza insieme. E i grandi palcoscenici internazionali si accorgono di lui. Si accorgono del suo valore.

Da calciatore, l'Emiliano è stata la classica grande promessa non mantenuta. Nato a Rivolta d'Adda, esplode alla Cremonese, dove gioca le stagioni 1966-67 (retrocessione in D) e 1967-1968 (ritorno in C). Lo chiamano "il terrore del Po". In prospettiva, un bomber in grado di dire la sua in serie A - solo, un bel po' ribelle e sbarazzino. Viene notato dal Torino, che a fine stagione lo acquista. Il suo compito è improbo, impossibile: deve prendere su di sé l'eredità di Gigi Meroni, la "Farfalla Granata", il fuoriclasse tragicamente scomparso in un assurdo incidente a Torino. Un peso troppo grande per Mondonico, che non riesce a sfruttare un palcoscenico così prestigioso. Così, dopo due anni in A (il primo con appena due presenze e una rete, il secondo con 15 partite giocate e cinque segnature) è ceduto al Monza in B. Passa una stagione e c'è una nuova chance in A, questa volta con l'Atalanta, dove però è impiegato solo in due partite. Torna alla Cremo, dove gioca sette anni, prima di ritirarsi dal calcio giocato.

Ed è proprio in grigiorosso che inizia la sua carriera di allenatore. Prima delle giovanili, poi della prima squadra. Da calciatore ribelle si trasforma presto in un tecnico tosto, inflessibile. "Non ero maturo per giocare a questo livello", avrebbe riconosciuto molti anni dopo. E da allenatore, ai tipi come il Mondonico calciatore fa capire "con le buone o con le cattive che così facendo non si otteneva niente".

Il metodo ha successo, se è vero che nel 1983-84 porta in A la Cremonese dopo 54 anni dall'ultima apparizione dei grigiorossi nel massimo campionato. I Violini tornano poi subito tra i cadetti, appaiati alla Lazio in fondo alla classifica. Ma il loro gioco diverte: qualche imbarcata se la prendono, ma perdono anche spesso di misura. E non sono fortunati. L'Emiliano, il "baffo" di Rivolta, resta in riva al Po un altro anno; poi, nella stagione 1986-87, viene scelto dal Como, dove finisce al nono posto in A.

E la stagione successiva approda all'Atalanta, appena retrocessa in B. Ma, appunto, con il jolly delle coppe europee. Zittisce subito i critici, che erano saltati fuori some funghi dopo la sconfitta per 2-1 ai sedicesimi, contro i dilettanti gallesi del Merthyr Tydfil: al ritorno, l'Atalanta vince 2-0 e passa il turno. Di lì è un crescendo wagneriano: elimina prima l'Ofi Creta, poi una squadra blasonata come lo Sporting di Lisbona. E ora è in semifinale, chiamata a ribaltare la sconfitta per 2-1 rimediata a Mechelen – che avrebbe potuto trasformarsi in un 2-2 se Nicolini non avesse fallito il gol del pareggio.

Il traguardo già raggiunto è comunque insperato per una Dea che calca i campi della serie B. Ma raggiungere il top 4 della competizione giocando nella serie cadetta rende questo momento ancora più inimitabile. L'anno precedente, tante squadre di serie A avevano guardato l'Atalanta retrocedere. Cinque di queste si erano guadagnate l'accesso all'Europa, affiancate dagli stessi i nerazzurri (sconfitta in finale di Coppa Italia dal Napoli scudettato, la Dea si era qualificata perché i partenopei avevano lasciato libero il posto). Ma ora, tutte e cinque le compagini di serie A sono fuori: l'ultima rimasta, il Verona di Osvaldo Bagnoli, è stata eliminata ai quarti di Coppa Uefa dal Werder Brema. Il Napoli stellare di Diego Maradona è uscito al primo turno, sconfitto dal Real Madrid. Il Milan di Arrigo Sacchi, che di lì a poco dominerà l'Europa, si è fatto buttare fuori ai sedicesimi dall'Español; allo stesso livello ha chiuso baracca e burattini la Juventus, superata dal Panathinaikos. L'Inter ha resistito un altro turno, ma poi ha seguito la stessa sorte dei cugini: fuori con l'Español. La A è fuori, l'Atalanta è dentro. Altro che critiche. Altro che chiacchiere.


Atalanta e Mechelen entrano in campo per la semifinale di Coppa delle Coppe, il 20 aprile 1988

Le squadre entrano in campo. C'è tensione, ma c'è anche ottimismo. Lo stesso ottimismo che si era manifestato dopo il sorteggio: fra le tre squadre in lizza – Ajax, Marsiglia e Mechelen – i fiamminghi erano sembrati i più abbordabili. I Lancieri olandesi hanno tra i loro ranghi pezzi da novanta come Witschge, Blind, Bergkamp, Winter e Van't Schip; i marsigliesi, gente del calibro di Karlheinz Förster, Genghini, Abedi Pelé, Papin e Allofs. Ma il Mechelen, alla fine, non è da meno, anzi. In porta c'è Michel Preud'homme, già riserva di Jean-Marie Pfaff in nazionale e futura colonna della rappresentativa belga. In difesa, Leo Clijsters, che a fine anno sarà eletto calciatore dell'anno per il campionato belga. A centrocampo, Erwin Koeman, fratello del più famoso Ronald e, come lui, nella selezione olandese che di lì a pochi mesi vincerà il campionato europeo. E poi c'è Marc Emmers, nazionale belga.

Che il sorteggio non fosse così favorevole, alla fine lo si è capito. Ma gli orobici sono lì per raggiungere un sogno. Con questa formazione di partenza: Piotti, Bonacina, Carmine Gentile; Daniele Fortunato, Barcella, Rossi; Strömberg, Nicolini, Bonetti, Icardi, Garlini. E poi, il dodicesimo giocatore: un Comunale gremito in ogni ordine di posti e carico come non mai.

I nerazzurri devono recuperare un gol: con l'1-0 passano, con il pareggio no. E infatti ci provano in tutti i modi, esponendosi anche ai contropiede dei belgi. Spesso, gli assalti orobici sono bloccati da un filtro bello tosto a centrocampo – l'allenatore Aad de Mos ha rinunciato al suo gioco spumeggiante, optando per una pragmatica tela di ragno - ma in più di un'occasione l'Atalanta fa tremare gli avversari e impegna oltremodo Preud'homme, che salva in più di un'occasione il risultato. Specialmente al 37', quando toglie letteralmente dalla porta un colpo di testa all'indietro di Strömberg, in una spettacolare deviazione aerea in calcio d'angolo.

Passa un minuto e un cross da destra appena fuori area di Icardi viene intercettato con la mano. Ci sono dubbi sulla volontarietà o meno del tocco, che però è innegabile: l'arbitro opta per la prima opzione e fischia il rigore. Incaricato di batterlo, Oliviero Garlini di Stezà. Che tira una mina alla destra del portiere e trasforma: 1-0. Esplode il Comunale: è il 39', l'Atalanta è in vantaggio, e con questo risultato si va al riposo Se la partita finisse in questo momento, i nerazzurri sarebbero qualificati per la finale di Strasburgo.

Ma nel secondo tempo, il Mechelen è trasformato, e non potrebbe essere altrimenti. Sembra un'altra squadra rispetto a quella che aveva intessuto una fitta rete a centrocampo. Prova a ribaltare il risultato. Al 51' Piotti è pronto su un tiro da fuori area di De Wilde, ma un minuto dopo è ancora l'Atalanta a farsi sentire. Punizione di Bonetti, testa di Daniele Fortunato, e la palla sbatte impietosamente sul palo. Pochi centimetri e la partita sarebbe virtualmente chiusa. Ed è questa la vera svolta della partita. Perché al 56' lo stopper Rutyes sfrutta un rimpallo in area con tempismo perfetto e, da una zona vicina allo spigolo destro dell'area, insacca con una girata al volo: una rete bellissima, ma anche abbastanza casuale. La partita è di nuovo in parità. 1-1. L'Atalanta ci riprova e va vicina alla segnatura per due volte. Un 2-1 porterebbe la partita ai supplementari, ma alla fine a segnare ancora è il Mechelen, al 79' con Emmers.

A questo punto, l'impresa è proibitiva: l'Atalanta si qualificherebbe solo con il 4-2. C'è ancora tempo per un gol fallito da Strömberg ed è finita. Il Mechelen va in finale a Strasburgo, dove troverà l'Ajax. Magra consolazione, Preud'homme è riconosciuto come il migliore in campo: rigore (imparabile) a parte, ha preso anche le mosche. Altra magra consolazione, a Stasburgo il Mechelen batte anche l'Ajax e alza la coppa. L'Atalanta, da par suo, si consola agguantando la serie A. Ma la notte del 20 aprile, per Bergamo, rimane una pietra miliare, la partita dei sogni infranti, ma anche la notte in cui una squadra impegnata nel campionato serie B fece tremare l'Europa.





L'appuntamento di Emiliano Mondonico con l'Ajax è solo rimandato. Quattro anni dopo, l'allenatore di Rivolta si trova davanti i Lancieri di Amsterdam in finale di Coppa Uefa. Siede sulla panchina del Toro, che l'anno prima ha portato al quinto posto in campionato e alla qualificazione europea. Con il plus, per ogni tifoso granata che porti quel nome, di essere dentro mentre la Juve è fuori, davanti alla tv.

Il Toro è arrivato alla finale Uefa (che ai tempi si gioca, unica coppa continentale, in partite di andata e ritorno) con una cavalcata trionfale: dopo aver facilmente regolato il modesto Kr Reykjavik, il Toro ha eliminato il Boavista (che a sua volta aveva mandato a casa i campioni uscenti dell'Inter), l'Aek Atene, il Boldklubben 1903 di Copenhagen e, in semifinale, il Real Madrid: sconfitta tiratissima (2-1) al Bernabéu, vittoria netta per 2-0 in casa.

Granata e Lancieri si affrontano a Torino, il 29 aprile 1992 nella partita di andata. Contro la corazzata olandese, la squadra di Mondonico non va oltre il 2-2 casalingo, davanti a oltre 65.000 spettatori. E' quindi costretta a vincere ad Amsterdam – o pareggiare segnando almeno tre reti: altrimenti, la regola dei goal segnati in trasferta lo condannerebbe. Ma il Toro è tosto, grintoso e pieno di campioni. E di oltre 4.000 tifosi al seguito, accorsi allo Stadio Olimpico di Amsterdam con ogni mezzo: pullman, treni e aerei.


La serata del 13 maggio 1992 inizia nel peggiore dei modi. I giocatori del Toro stanno scendendo dal pullman per andare negli spogliatoi. Vengono affrontati da una ventina di hooligans dell'Ajax, che li prendono a sputi, spinte e schiaffi. Roba da chiudere baracca e burattini, mandare tutti a casa e assegnare la coppa al Toro a tavolino.

Anche perché la tifoseria dell'Ajax è recidiva. L'anno precedente non ha potuto partecipare alle coppe europee per i fattacci accaduti nella partita di ritorno contro l'Austria Vienna, trentaduesimi di finale della Coppa Uefa 1989-90. Si gioca allo stadio De Meer di Amsterdam e al 7' dei supplementari segna Pleva, ipotecando la finale per gli ospiti – per passare, gli olandesi dovrebbero metterne nel sacco due in poco più di 20 minuti. La reazione dell'F-side, il gruppo di ultras dell'Ajax, è veemente. Dagli spalti piove di tutto: bottigliette, monetine, accendini. Al 14' del primo tempo supplementare, viene lanciata una sbarra di

Jan Wouters, centrocampista dell'Ajax, allontana la sbarra di ferro che gli hooligans olandesi hanno lanciato contro Roland Wohlfahrt, portiere dell'Austria Vienna. Sono i 32esimi di finale della Coppa Uefa 1989-90: la squadra di Amsterdam avrà partita persa e un anno di squalifica dalle coppe europee

ferro. Colpisce il portiere viennese Roland Wohlfahrt, che si accascia al suolo. L'arbitro, lo svizzero Bruno Galler, corre negli spogliatoi e sospende il match. Risultato? Partita persa e due anni di squalifica. Come è giusto che sia: era accaduta la stessa cosa agli ottavi di Coppa Coppe 1987-88 (quella di Atalanta-Mechelen). Quella volta, a essere protagonisti negativi erano stati i tifosi dell'Hajduk Spalato nella partita casalinga contro il Marsiglia, che avevano pensato di far esplodere un ordigno lacrimogeno: partita persa e squalifica per due anni dalle competizioni calcistiche europee.

E invece, ai Lancieri non va così. In appello l'Uefa dimezza la squalifica. Solo un anno di assenza dalle coppe per l'Ajax, oltre alla partita persa e all'obbligo di giocare i primi tre incontri della prima coppa europea utile a una distanza di almeno 100 chilometri da Amsterdam. Capirai. Così, l'Ajax salta un anno (che l'avrebbe qualificata in Coppa dei Campioni) e si ripresenta in Uefa nella stagione successiva. Quella della finale con il Toro.

In quella giornata di Amsterdam, visti i precedenti, il massimo organismo calcistico europeo dovrebbe fare particolare attenzione al rischio di intemperanze dei suoi tifosi. Invece, quando gli hooligans aggrediscono i giocatori granata, nessuno dell'Uefa è presente, e tanto meno la polizia: si gioca, come niente fosse, e pazienza se la squadra ospite è stata aggredita. A farne le spese soprattutto Mussi, Fusi e Bresciani, mentre Casagrande e il giovane Christian Vieri - che sono ben piazzati - provano a difendersi. Mondonico, da parte sua, cerca di proteggere i suoi ragazzi, finché tutti guadagnano la porticina degli spogliatoi e si evita il peggio. Il mister, arrabbiatissimo, ricorda che anche a Madrid era accaduta una cosa simile. E tuona: "E l'Uefa? I dirigenti, dove sono?". Evidentemente sono altrove.



Una fase di Ajax-Torino, finale di Coppa Uefa 1991-92

Si gioca, dunque. L'Ajax schiera Menzo, Blind, Silooy; Jonk, De Boer, Winter; Van't Schip, Kreek, Petterson, Alfien, Roy. Il Toro replica con Marchegiani, Mussi, Policano; Fusi, Benedetti, Cravero; Scifo, Lentini, Casagrande, Martin Vázquez, Venturin. Come quattro anni prima il Mechelen di De Mos con l'Atalanta, anche l'Ajax contro il Toro sceglie di coprirsi. L'allenatore Louis van Gaal mette un attaccante in meno: altro che calcio totale. E il "Mondo", prontissimo, tira fuori dal cilindro la contromossa dell'ultimo momento: invece che Sordo, schiera Martin Vázquez. Il piano di Mondonico è di alzare il ritmo gradualmente: contenere l'Ajax all'inizio, provando a sfruttare le ripartenze, e forzare di più nel secondo tempo. Ma, dato che i Lancieri di Amsterdam non si prendono rischi, il Toro è subito in avanti, provando a farsi pericoloso quando può. All'inizio però sono solo schermaglie, e il primo tiro in porta (Martin Vázquez al 14') è neutralizzato da Menzo. Al 23' prima grande occasione della partita, ed è l'Ajax a crearla: colpo di testa di Petterson, Fusi salva sulla linea a portiere battuto. Subito dopo, un gran tiro di Roy impegna Marchegiani, che devia in angolo. Gli olandesi sembrano voler chiudere la partita. Ma è solo un fuoco di paglia: il Toro reagisce subito, si porta avanti e su cross di Lentini, Casagrande incorna sulla destra del portiere. Palo.


Mondonico alza la sedia ad Amsterdam: diventerà la sua immagine simbolo

Giusto il tempo di recriminare e i granata, ancora in avanti, reclamano un rigore di Frank De Boer su Cravero. Nulla da fare: l'arbitro Petrović fa proseguire. Mondonico si alza dalla sedia pieghevole che funge da panchina e la alza sopra la testa. Forse, per il mister, è la goccia che fa traboccare il vaso: il pestaggio prima della partita, il palo colpito poco prima, poi il rigore reclamato (che sembra esserci, anche se la moviola darà poi ragione al direttore di gara). Le immagini fanno il giro del mondo, e "alzaci la sedia" sarà, da quel momento in poi, il simpatico tormentone dei tifosi granata che accompagnerà il "Mondo" per tutta la vita. E oltre.

"Una sedia non è un fucile, è una semplice arma da osteria", avrebbe spiegato l'Emiliano. Lui che, dovunque fosse, cercava di passare i suoi lunedì a Rivolta, a giocare a carte con gli amici, lui che nella trattoria di mamma e papà ci aveva passato l'infanzia. "Dopo le sei di sera", avrebbe ricordato il mister, in trattoria "incominciavano i discorsi... quelli paradossali. E sempre finiva a sediate". Duelli rusticani. I ricordi. L'istinto. L'imprinting. Nessuna posa: "è difficile far finta per uno che ama". Ma poi, "mi giro e a cinque metri c'erano questi ragazzi disabili, seduti sulle carrozzine che mi guardavano spaventati". E "questa sedia piano piano è caduta per terra. Volevo chiedere scusa. Infatti, l'ho messa giù e ho detto: scusate". Da pelle d'oca.

Il secondo tempo inizia. E quando l'Ajax si rende pericoloso, Mondonico fa entrare Sordo al posto di Cravero, alzando il baricentro e arretrando Fusi al ruolo di libero. Pochi minuti dopo, il secondo cambio: esce Vincenzino Scifo, entra Giorgio Bresciani. Qualcuno storce il naso: preferirebbe il giovane Vieri – ma probabilmente il "Mondo" preferisce inserire un attaccante più esperto. Il tempo passa inesorabile, e il Toro forza. Al 27' Mussi scocca un tiro deviato da Blind: altro palo. E ci avviciniamo agli ultimi minuti. All'89' quando, dopo un opportunità buttata via dall'olandese Van Loen (entrato al posto di Roy), il Toro ha un'occasione limpida con Sordo, il cui tiro sbatte contro la traversa. Terzo palo. La partita finisce così: il Toro perde la coppa con due pareggi e tre pali colpiti: una beffa assurda.

Sono ancora i centimetri a penalizzare Emiliano Mondonico, questa volta in tre diverse occasioni. L'Ajax fa il full, vincendo la coppa che gli mancava; il Toro – che in una classifica stilata da un giornale argentino sarebbe stata incoronata, tra le squadre di calcio, la più sfortunata di sempre – resta a bocca asciutta. L'anno seguente, il tecnico di Rivolta avrebbe guidato i granata al trionfo in Coppa Italia. Ma senza togliersi quell'amaro in bocca di una finale di Uefa, "persa senza perdere".





Rivolta d'Adda, Sabato santo del 2018. C'è una sedia, nel piazzale della Basilica di Santa Maria e San Sigismondo. Anzi, ce n'è più di una. I tifosi granata le alzano, quando il feretro di Emiliano Mondonico si avvia per il suo ultimo viaggio. Cantano ancora "alzaci la sedia". Sono presenti dirigenti, ex calciatori, e non solo giocatori che aveva allenato. Sono presenti tifosi di tante delle sue squadre. La Fiorentina, di cui era tifoso fin da bambino. La Cremonese, che lo lanciò. L'Albinoleffe, che il mister allenava quando scoprì il male – anzi "il tumore", come non temeva di chiamarlo, lui che rifuggiva dal politically correct'. Altri supporter, anche di squadre che non aveva allenato. Ma soprattutto ci sono i tifosi delle due squadre che hanno segnato una parte così importante della sua vita: l'Atalanta e il Toro, in rigoroso ordine alfabetico. Sono lì, insieme, senza badare alla storica rivalità che da tempo immemorabile divide le due tifoserie. Sono lì che si abbracciano e piangono un fratello, un padre, un simbolo della loro gioventù, dei loro sogni, di quel passato che non torna.



Tifosi del Toro e dell'Atalanta insieme ai funerali di Emiliano Mondonico

Quel giorno è in programma una giornata di campionato. Vincono Toro, Atalanta e Fiorentina: sembra un destino già scritto, vedere le due squadre che portò in Europa e la squadra che tifava (Mondonico era tifoso viola, oltre che allenatore in due occasioni della squadra gigliata) onorare la sua memoria.

E ora, a un anno e qualche mese di distanza, la "sua" Atalanta ha conquistato la storica qualificazione in Coppa dei Campioni. E il "suo" Toro è tornato in Coppa Uefa (pardon, Europa League) dopo cinque stagioni dall'ultima qualificazione. Chissà come avrebbe sorriso, apprendendo la notizia, l'Emiliano. L'Emiliano, il "comandante" di Rivolta d'Adda.


Maurizio Giuseppe Montagna

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