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Pioveva a dirotto


Pioveva a dirotto a Torino. Nuvole scure, cielo buio, raffiche di libeccio. Un maltempo che imperversava da un bel po', giorno e notte, senza soluzione di continuità.

Piove, piove a dirotto a Torino. Sembra che le nubi abbiano scorte per giorni, che ospitino milioni e milioni di autobotti piene piene d'acqua, da riversare sulle città, sulle campagne. Le intemperie danno l'impressione di volersi accanire. Pare che il loro obiettivo sia di bagnare tutti ripetutamente e di nascondere il più a lungo possibile la luce del sole alla gente.

E l'acqua procura anche danni. Fiumi e torrenti fanno paura: ne possono tollerare una certa quantità, ma di più no. Dopo straripano, e son dolori. Il Po è pieno come non era accaduto negli ultimi 50 anni. Nel Torinese e nel Pinerolese le inondazioni fanno paura. E fanno male.

E' il 4 maggio 1949. Sotto la Mole tamburellano le gocce che sembrano missili liquidi e trasparenti. Intanto a Barcellona è decollato l'aereo del Torino, che sta tornando proprio nella sua città, ostaggio di pioggia e vento.

Nell'aeroporto catalano, Mazzola e compagni si sono fermati per uno scalo tecnico. Provengono da Lisbona. Qui, il giorno precedente hanno incontrato il Benfica in un'amichevole di lusso, organizzata per l'addio al calcio di Francisco "Xico" Ferreira, capitano delle Aquile lusitane.

Si sono fermati a Barcellona anche all'andata, i ragazzi dello squadrone granata, dopo un viaggio da incubo: pioggia, vento, aereo che balla, inquietudine. E' il 1 maggio e già c'è un tempo da lupi. Ma alla fine, nell'aeroporto della città catalana ci arrivano senza un graffio.


Il Grande Torino

A Barcellona, i calciatori del Toro incontrano i giocatori del Milan, diretti a Madrid. I rossoneri, terzi in classifica, si complimentano con i granata che il sabato precedente (anticipo dovuto proprio alla partenza del Toro per Lisbona) hanno pareggiato in casa dell'Inter mantenendo quattro punti di vantaggio. Il che significa quasi sicuramente quinto scudetto consecutivo per i granata, forti di un divario difficilmente colmabile a quattro partite dalla fine, di cui tre da disputare tra le mure amiche del Filadelfia.

Si dirà che le congratulazioni del Milan sono state "cavalleresche" – forse qualcosa di più, dato che di mezzo ci sono i cugini nerazzurri.

Mentre i giocatori delle due squadre fraternizzano, i dirigenti dell'Espanyol (che allora si chiamava Español, in castigliano) vengono a sapere che all'aeroporto di Barcellona ci sono i giocatori di Toro e Milan. E tentano il colpaccio: chiedono al direttore tecnico dei rossoneri Basini di organizzare un'amichevole fra le due squadre a Barcellona, il 5 maggio. La data si incastrerebbe bene dopo Benfica-Torino del 3 e Real Madrid-Milan del 4.

Basini ne parla ad Agnisetta, direttore generale granata, che però declina l'invito. Non è chiaro il motivo del rifiuto, ma è quasi certo che il dirigente del Torino non può accettare l'organizzazione di un'amichevole senza il nulla osta di Novo. Che non c'è. E che, comunque, difficilmente lo concederebbe: il campionato è ancora in corso, 4 punti di vantaggio sono molti ma è vietato distrarsi. E il 5 maggio cade di giovedì, troppo vicino alla prossima partita in calendario, contro la Fiorentina.

Così, saluti, in bocca al lupo e via: il Toro a Lisbona a festeggiare Ferreira, il Milan a Madrid allo stadio Chamartin, il futuro Santiago Bernabeu.



Una fase di Inter-Torino del 30 aprile 1949

Un passo indietro e torniamo allo scontro al vertice di San Siro, del 30 aprile 1949. Un match di primo livello, che il Torino affronta in formazione rimaneggiata: indisponibili Mazzola, Maroso e Grezar, dentro Martelli, Schubert e Fadini. Rubens Fadini, ventunenne centrocampista al primo anno in maglia granata. Rubens Fadini, la grande promessa, la futura stella di un Toro che vuole assicurarsi la continuità, un avvenire radioso, il perpetuarsi di un primato mai in discussione de parecchi anni a quella parte.

Tra i 37.000 spettatori di quel 30 aprile c'è anche suo fratello Morris, calciatore dilettante, ma soprattutto interista sfegatato. Che però questa volta, eccezionalmente, tifa per il Toro: uno scudetto significa un bel premio in denaro, che sarebbe davvero prezioso per la sua famiglia. In quei tempi, il calcio è un normale lavoro, magari anche ben pagato, ma comunque un normale lavoro. E per le famiglie, gli stipendi di un calciatore sono preziosi: la situazione economica, nell'immediato dopoguerra, non è certo facile per la gente.

A San Siro il Toro pareggia, in una partita scoppiettante da ambo le parti: l'Inter di Nyers, Lorenzi e Amadei mette in difficoltà più volte Bacigalupo, migliore in campo, ma anche i campioni uscenti hanno le loro belle occasioni. Della serie, anche uno 0-0 può essere un grande spot per il gioco del calcio.

Il pareggio di Milano non è solo il passaporto per il quinto scudetto consecutivo. E' anche, si dice, il via libera per Lisbona. E' voce comune che uscire indenni da San Siro sia la conditio sine qua non per poter volare in Portogallo: un accordo tra i giocatori e il presidente Ferruccio Novo. Difficile sapere con certezza se l'informazione è vera: una partita, anche se amichevole, non si sospende dall'oggi al domani.

Sta di fatto che il 30 aprile i ragazzi del Torino mantengono il margine nonostante le assenze, dormono a Milano e partono il giorno dopo da Linate. Ci sono quasi tutti. Manca il presidente, Ferruccio Novo, influenzato. Manca Sauro Tomà, il difensore quasi-titolare, infortunato al ginocchio. Manca Renato Gandolfi, portiere di riserva: Aldo Ballarin ha insistito - e ottenuto - che, come rincalzo, venga portato a Lisbona suo fratello Dino: per la prima riserva non c'è posto. Manca anche il cronista Nicolò Carosio, che avrebbe dovuto commentare la partita per radio: c'è la Cresima del figlio e lui non può partire. Non saliranno sull'aereo.

E' presente, invece, Virgilio Maroso, che non ha giocato a Milano e non scenderà in campo neppure al Nacional di Lisbona – ma alla trasferta partecipa ugualmente, con i suoi compagni. E c'è Valentino Mazzola, il capitano, reduce da un'indisposizione con febbre alta, che non sta ancora bene. Neppure lui era in formazione a San Siro, ma contro il Benfica vuole esserci. Deve esserci.

Deve esserci. E non solo perché è amico di Ferreira, il festeggiato. Non solo perché è il capitano. No, semplicemente perché è Mazzola. Se fosse un tennista dei nostri tempi, potremmo dire che occuperebbe, quasi ininterrottamente, la piazza di numero uno del mondo da qualche anno. Il numero uno del mondo che gioca nella squadra più forte del mondo.

Per far comprendere la grandezza di Mazzola, è sufficiente un aneddoto, una testimonianza tra e tante. Riguarda un vecchio tifoso del Napoli, che ha iniziato ad andare allo stadio da bambino, per vedere negli anni i tanti campioni (in serie A e nelle coppe europee) passati dal Vomero e dal San Paolo, fino a esultare con Maradona. Bene: questo supporter azzurro, ormai anziano, racconta "ho visto tanti campioni nella mia vita, ma nessuno più grande di Valentino Mazzola".



Valentino Mazzola e Xico Ferreira si scambiano i gagliardetti prima della partita, il 3 maggio 1949

Non è solo il viaggio ad allettare i giocatori granata: è anche l'importanza della partita. Il Benfica è secondo in campionato, dietro i rivali dello Sporting, ma è comunque una delle squadre top d'Europa. E poi in quegli anni la Coppa dei Campioni non c'è ancora: il mese seguente partirà la prima edizione della Coppa Latina, che ne è considerata l'ultima antesignana in ordine di tempo, la "sorellina maggiore". La competizione, che prevede la presenza di quattro squadre (i campioni delle federazioni calcio francese, italiana spagnola e portoghese) e il Toro parteciperà. Ma è comunque un esperimento. Ristretto.

Per il resto, a livello internazionale, ci sono le amichevoli. Prestigiosissime. E il match non delude. Vince il Benfica di misura, 4-3, anche se l'ultima rete dei portoghesi è in netto fuorigioco. Ma pazienza, gli ospiti non se ne lamentano più di tanto. L'importante era offrire grande calcio – e le due squadre lo hanno fatto – e festeggiare Ferreira. Infatti, il "terzo tempo" dei giocatori di Toro e Benfica è giocoso e cordiale: "Xico" viene acclamato da tutti e la serata di gala è riuscitissima. Il capitano benfiquista riceve anche una bella sommetta – già, perché l'incasso della partita è devoluto a lui, che è in difficoltà economiche proprio nel periodo in cui appende le scarpe al chiodo.

Giocatori e dirigenti delle due squadre programmano la rivincita, una specie di "gara di ritorno" della partita, come se si trattasse, ante litteram, di una finale europea in due fasi. E la mattina seguente la partenza. Prima per Barcellona. Poi, dopo lo scalo tecnico, alla volta di Torino.A bordo ci sono Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, il capitano Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Július Schubert (giocatori), Egidio Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti (dirigenti), Egri Erbstein, Leslie Lievesley (tecnici), Ottavio Cortina (massaggiatore), Renato Casalbore,Renato Tosatti, Luigi Cavallero (giornalisti), Pierluigi Meroni, Cesare Bianciardi, Celeste D'Inca, Antonio Pangrazzi (equipaggio).




Piove, piove a dirotto a Torino. In aria non si vede a un palmo. Maltempo, vuoti d'aria, il libeccio che sferza. L'aereo balla, i passeggeri non sono tranquilli. Il viaggio è, ancora una volta, da incubo. Si naviga a vista. L'aereo vola basso. Troppo basso, per chilometri. L'altimetro, forse, è rotto, bloccato sui 2.000 metri. L'equipaggio pensa di trovarsi a quella quota, mentre sta volando più o meno sui 600 metri. L'altitudine del colle di Superga. L'aereo è instabile, anche a causa del vento che sferza forte. L'apparecchio è ormai a un niente dall'aeroporto di Torino. Ma non si vede niente. “Nubi quasi a contatto col suolo, rovesci di pioggia, forte libeccio con raffiche, visibilità orizzontale scarsissima (40 metri)", comunica la torre di controllo al pilota, che si appresta a predisporre l'atterraggio.

Ma l'aereo vola basso. Troppo basso. Non si vede niente, la nebbia è fitta. Quando, dopo una virata, spunta improvvisamente il colle di Superga – con 40 metri di visibilità a 180 chilometri l'ora – è troppo tardi per fare qualcosa. Pochi attimi, poi l'impatto. Nessun sopravvissuto. Sono le 17.03 del 4 maggio 1949.




La notizia si sparge a Torino. Fa il giro del mondo. Scuote gli animi. La Fifa dichiara il 4 maggio "Giornata mondiale del calcio": proprio nel giorno in cui la più bella espressione di questo sport ha lasciato questa terra. Nel giorno in cui l'ha lasciata, ma mettendo radici. Come scriverà Indro Montanelli sul Corriere della Sera del 7 maggio 1949, «gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in trasferta"».

Ed è vero. Generazioni di tifosi granata, ma anche generazioni di appassionati di calcio, di sportivi, di persone di ogni estrazione, cresceranno il mito di quella squadra invincibile.

E così, ancora oggi, ogni 4 maggio Superga è meta di un viavai continuo di gente, da mattina a sera; il culmine della giornata è alle 17.03 – ora della tragedia – con la Santa Messa celebrata dal cappellano del Torino e la successiva lettura dei nomi delle vittime davanti alla lapide, scanditi dal capitano della squadra.




Il Torino non è morto, è soltanto in trasferta. Ma ogni 4 maggio, è come se il Buon Dio permettesse a quella squadra di tornare a giocare in casa, tra la sua gente. Tutti, indistintamente: chi poté assistere a partite di quella squadra e chi ne ha visto solo pochi spezzoni di filmati, chi ne ha sentito parlare dal nonno. Giovani e anziani. A Superga, dove tutto finì, dove tutto iniziò. A Superga che - come disse Don Aldo Rabino, indimenticato cappellano del Toro dal 1971 al 2015 – "ricorda a tutti che la vita è più forte della morte".

Un messaggio più che mai attuale, in un anno – come il 2020 – in cui così tanta gente, in tutto il mondo, ha vissuto la sua Superga personale, perdendo congiunti, amici, affetti per un virus assassino. Oltre ai caduti del Grande Torino, saranno presenti tutti i caduti della Covid-19 in questo strano 4 maggio che, per la prima volta, sarà trascorso tra le mura di casa, cantando da balconi e finestre la canzone-simbolo Un giorno di pioggia.


Pioveva a dirotto, a Torino.



Maurizio Giuseppe Montagna


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