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La guerra (fredda) sul ghiaccio

Aggiornato il: 17 nov 2019

2 settembre 1972. Il Forum de Montréal è pieno come un uovo, gremito, ai limiti della capienza. In uno dei luoghi simbolo dell'hockey mondiale ci sono 18,818 spettatori: sulle gradinate non ci starebbe più neppure uno spillo. La curiosità è alta, sul ghiaccio e sugli spalti. Non c'è in palio niente di ufficiale: né un titolo iridato, né una medaglia olimpica: nulla di nulla. Eppure sembra che i destini dell'hockey si decidano lì. Perché la sfida che si apre nella metropoli del Québec mette di fronte due scuole, due status, due mondi. Da una parte i professionisti canadesi, i maestri indiscussi del disco su ghiaccio, che ne rivendicano la fondazione e che, in era moderna, possono vantare la codifica delle sue regole. Dall'altra i dilettanti sovietici, che dal 1963 al 1971 hanno vinto tutto quello che c'è da vincere: campionati del mondo, Giochi Olimpici, e chi più ne ha più ne metta. Con l'eccezione proprio dei Mondiali 1972 di Praga, in cui sono stati preceduti dai padroni di casa.

Due scuole, due status, due mondi. E due situazioni completamente diverse. I "pro" canadesi non dispongono di una nazionale ufficiale: giocano nella National Hockey League (la "dissidente" Wha, fondata nel settembre 1971, sarebbe partita a ottobre 1972), e sono generalmente riconosciuti come i giocatori più forti del mondo. I sovietici, obbligatoriamente dilettanti (ma, come accade generalmente agli atleti oltre cortina, sportivi a tempo pieno), hanno invece la loro affiatatissima selezione, che – come detto – ha vinto in lungo e in largo.

Le due squadre non si sono mai incontrate: in quei tempi, ai professionisti sono chiuse le porte olimpiche e mondiali e agli atleti di oltre cortina sono sbarrati gli accessi al mondo "pro" – a meno di fughe all'ovest.

Essere "di qua" o "di là" della Cortina significa, nell'hockey, percorrere due rette parallele che non si incontrano. Unica eccezione, l'inserimento di alcuni professionisti nella selezione canadese al Trofeo Izvestija 1969, a Mosca, torneo con girone all'italiana vinto dall'Urss (9 punti contro 7) e un pareggio (2-2) nello scontro diretto. Ma, come detto, la "mista" 1969 è un'eccezione. Tanto più che l'esperimento della nazionale open provoca una reazione da parte della Federazione internazionale hockey, con un perentorio stop ai "pro". Decisione, questa, che sfocerà nel boicottaggio canadese ai Mondiali, terminato solo nel 1977 – anno in cui la Iihf ammetterà le squadre miste, a condizione che i professionisti convocati non si siano qualificati per i playoff dell'Nhl.



Teófilo Stevenson

Insomma, un bel pastrocchio. D'altra parte, l’hockey su ghiaccio non è come il calcio – che è open per definizione: a Mondiali, Europei e coppe per squadre di club partecipano tutti, indistintamente, e solo i Giochi Olimpici fanno eccezione. E non è neppure come atletica o nuoto, dove tutti risultano dilettanti - anche se nella realtà non lo sono - e si scontrano nelle manifestazioni ufficiali o nei meeting.

L'hockey è come il basket, dove le competizioni internazionali e la Nba sembrano pianeti diversi. E' come il ciclismo, che prevede campionati separati per i due gruppi. E' come il pugilato, dove i boxeur olimpici, dilettanti, combattono con caschetto e canottiera per tre riprese, quelli professionisti a torso nudo e per 12 (o 15) round.

Questa situazione genera, ovviamente, parecchie curiosità su chi siano i più forti fra i migliori interpreti di queste "rette che non si incontrano". Come quando gli organizzatori pugilistici Bob Arum e Don King fanno vari affondi milionari (in dollari) per convincere il cubano Teófilo Stevenson, indiscusso protagonista nei pesi massimi dilettanti, a incrociare i guantoni contro Mohammed Ali – offerte tutte rifiutate dal "pugile di Fidel".

O come quando gli appassionati di ciclismo sogneranno un confronto fra Sergeij Nikolaevič Suchoručenkov, detto “l'Hinault russo” (ma qualcuno lo paragonerà persino a Fausto Coppi e a Eddy Merckx), con l'“originale” bretone. Gli organizzatori del Giro d'Italia ci proveranno anche, a organizzare un'edizione open, ma alla fine gli atleti dell'est, uno dopo l'altro, declineranno tutti l'invito, lasciando i dubbi su chi avrebbe prevalso fra Bernard Hinault e il suo emulo sovietico, vincitore di due Tour de l'Avenir (record assoluto, che si aggiunge ai due secondi posti), un titolo olimpico dominato di potenza, due Giri delle Regioni (con annesse classifiche del miglior scalatore), due Corse della Pace e via dicendo. Alla fine, Suchoručenkov passerà professionista in epoca di perestroijka – troppo avanti con gli anni per poter dire la sua.



Più fortunato, come detto, il tentativo in campo hockeystico: dopo le trattative del caso, si arriva all'accordo. Si giocherà una serie di partite fra una selezione di professionisti canadesi e la nazionale sovietica di hockey, con il regolamento internazionale (cioè quello olimpico, riconosciuto dalla Iihf). I primi quattro incontri si svolgeranno in Canada (Forum de Montréal, Maple Leaf Gardens di Toronto, Winnipeg Arena, e Pacific Coliseum di Vancouver) e saranno arbitrati da direttori di gara nordamericani, ma appartenenti alla Federazione internazionale; gli altri quattro si terranno in Urss (tutti al palasport Lužniki di Mosca), con arbitri europei. Unica concessione, il permesso dato ai canadesi di giocare senza casco, allora non obbligatorio in Nhl.

L'evento è amichevole, ma di amichevole non c'è praticamente nulla. Lo si capisce persino dal nome scelto per la manifestazione: il nome scelto per le partite, Friendship Series (serie dell'amicizia), lascia presto spazio al più neutro Summit Series (o Superserija Sssr — Kanada, in russo traslitterato). Perché l'avvenimento viene subito caricato di significati che con lo sport non hanno nulla a che fare. Difficile evitarlo, in un periodo così critico della Guerra fredda.

I canadesi fanno sul serio e chiamano molte fra le star più acclamate della Nhl (chi ha già firmato per la Wha è escluso, ma di fuoriclasse ce n'è a sufficienza): ci sono Phil Esposito (capitano), Paul Henderson, Yvan Cournoyer, Serge Savard, Ken Dryden, Frank e Peter Mahovlich, Stan Mikita, Bobby Clarke, Gary Bergman, Brad Park e il giovane Gilbert Perreault. I sovietici rispondono con il “trio delle meraviglie”: Boris Mikhailov, Vladimir Petrov e Valerij Charlamov, la linea offensiva della Cska Mosca. Molti ancora non se lo immaginano, ma quest'ultimo sarebbe stato considerato uno dei più grandi di sempre, forse nel top 5 (o almeno nel top 10) di sempre.



Il premier canadese Pierre Trudeau alla gara inaugurale delle Summit Series 1972

L'attesa, al Forum di Montréal, sta per terminare. C'è il primo ingaggio simbolico, effettuato dal primo ministro Pierre Trudeau e giocato dai due capitani, Phil Esposito e Vladimir Vikulov. Lo vince il canadese – anche se il sovietico neppure ci prova, a farlo suo – ma aggiudicarsi il face off cerimoniale è abbastanza per mandare in visibilio gli spettatori locali. Che, come gran parte dei canadesi, sono sicuri del fatto loro. Come del resto lo erano nel 1954, alla vigilia della prima partita fra la loro nazionale (dilettanti) e i sovietici, che corrispondeva all'ultimo scontro del girone a otto dei campionati del mondo di Stoccolma.

I nordamericani pensano, in quell'occasione, di essere superiori agli avversari anche se devono schierare giocatori non professionisti, come è d'obbligo nelle kermesse iridate e olimpiche. Vengono chiaramente puniti: gli avversari – che alla vigilia del match si presentano con un punto di ritardo rispetto ai canadesi - li spazzano letteralmente via: 7-2.

Per l'Urss, prima partecipazione e inizio di un lungo dominio tra iride e cinque cerchi. Ma qui è tutta un'altra cosa. Qui sono i “pro” a giocare, le stelle della Nhl. In un sondaggio organizzato da The Hockey News, nessun esperto pensa che i sovietici facciano loro una singola partita. Dick Beddoes, giornalista del Globe and Mail di Toronto promette che, se la selezione dell'Urss vincerà un solo match, lui si mangerà (in senso letterale) l'articolo. Il portiere Jacques Plante, ex stella dei Montréal Canadiens e ormai a fine carriera, incontra l'estremo difensore sovietico Vladislav Tretjak e addirittura gli dispensa consigli su come neutralizzare gli attaccanti canadesi. Lo fa perché, da sportivo, non vuole che l'Urss sia umiliata, che il passivo sia troppo pesante. Qualcuno pensa che, al massimo, la Foglia d'Acero rimedierà una sconfitta a Mosca. 7-1. Sono invece mosche bianche quelli convinti che, invece, i sovietici possano giocarsela: tra questi, John Robertson del Montreal Star e pochi altri.



I fatti sembrano inizialmente dare ragione a chi pronostica una passeggiata canadese: già dopo 30 secondi i padroni di casa passano a condurre con una segnatura di Phil Esposito, e al 7' raddoppiano con Paul Henderson. Sembra l'inizio di un dominio senza storia. Ma succede l'impensabile: l'Urss accorcia con Evgenij Zimin dopo una girandola di passaggi flipper (che diventerà, nel decennio successivo, il marchio di fabbrica del calcio stellare di Valerij Lobanovskyj) e impatta con Vladimir Petrov in contropiede.

Il primo periodo si conclude 2-2. I canadesi – a partire dall'allenatore, Harry Sinden, fino ai giocatori, i tifosi e gli esperti – comprendono con una doccia ghiacciata che non era come pensavano. I sovietici, forse intimiditi all'inizio, hanno preso le misure nel corso del periodo. E nel secondo tempo possono colpire con la loro punta di diamante: Valerij Charlamov, che ne segna due, uno più bello dell'altro; nel primo, si sbarazza di due difensori aggirandoli all'esterno (Sinden ammetterà che una cosa simile ai danni di due giocatori Nhl non l'aveva mai vista); il secondo è una baccata dal cerchio d'ingaggio della sua tre quarti - ancora una volta nulla da fare per il portiere canadese Ken Dryden.

Il terzo periodo è la ciliegina sulla torta: Bobby Clarke illude i suoi tifosi in apertura di tempo, ma Boris Mikhailov, Evgenij Zimin e Aleksandr Jakušev chiudono definitivamente i conti: 3-7 è il risultato finale. Dick Beddoes, il giornalista che aveva promesso di mangiarsi l'articolo, lo fa davvero – e lo fa davanti al consolato dell'Urss, intingendo il frammento di giornale nel borsch.


Dick Beddoes, giornalista del "Globe and Mail" di Toronto, mangia il suo articolo insieme a una tazza di borsch

Passano due giorni e i canadesi si prendono la rivincita, tanto da indurre qualcuno a pensare che la prima partita sia stato un semplice incidente di percorso. A Toronto, i nordamericani vincono e convincono, arrendendosi all'idea che i sovietici siano tecnicamente più forti – un'idea che solo tre giorni prima sarebbe stata bollata come una burla: i professionisti puntano quindi sulla fisicità. E su un nuovo portiere: Tony Esposito, chiamato a sostituire l'insicuro Dryden e rivelatosi determinante. Il risultato finale (4-1) forse illude qualcuno che le serie si siano incanalate sui binari previsti. Ma fa infuriare Vsevolod Bobrov, allenatore dell'Urss, convinto che i due arbitri Steve Dowling e Frank Larsen, entrambi Usa, abbiano lasciato molto correre sul fronte canadese. La federazione sovietica chiede e ottiene che gara 3, prevista il 6 settembre, sia arbitrata dai direttori di gara di Montréal, lo statunitense Gord Lee e il canadese Len Gagnon. Lo ottiene. La vittoria di Toronto è una bella iniezione di fiducia per i padroni di casa: sicuramente qualcuno, tra il pubblico, avrà pensato che la partita d'esordio sia stata nulla altro che un incidente di percorso. Che questi calcoli siano sbagliati lo si capisce, però, a Winnipeg: la partita finisce 4-4 (non sono previsti prolungamenti), e l'ultimo periodo, senza reti, si svolge ancora una volta all'insegna dell'estremo difensore Tony Esposito, che salva il pareggio.

A fine partita, Bobrov mette per la prima volta insieme il "trio delle meraviglie" (Mikhailov, Petrov e Charlamov), ma ormai non c'è più tempo. Prima di lasciare Winnipeg, c'è ancora tempo per un'esternazione dell'allenatore ospite: se la prende con Wayne Cashman, affermando che se la partita si fosse giocata in Europa, la partita l'avrebbe vista tutta dalla "panca della penalità". In altri termini, da espulso permanente.


Chiunque abbia ragione, l'8 settembre si chiude la fase canadese delle Summit Series. A Vancouver, Bobrov parte come aveva finito a Winnipeg: con Mikhailov, Petrov e Charlamov contemporaneamente in campo, mentre Sinden fa rifiatare Tony Esposito e ripesca Dryden, titolare fra i pali di Montréal.

Quattro gare in otto giorni non sono acqua e zucchero, anche per uno sport come l'hockey abituato a tour de force. A farne le spese è chi ha impostato tutto sul piano fisico: il calo canadese è evidente, i sovietici fanno la partita e dopo otto minuti sono già sul 2-0 – anche se entrambe le volte in superiorità numerica. L'unica fiammata del Canada, che dà ai tifosi nordamericani l'illusione della rimonta, è il 2-1 segnato da Perreault: per alcuni minuti i padroni di casa danno il massimo e si giocano il jolly, ma il portiere Tretjak non si fa sorprendere. Risultato: passata la buriana, gli ospiti ne fanno due, aprono il terzo periodo con un'altra segnatura e chiudono virtualmente la partita. Il risultato finale è di 5-3.

Il pubblico di Vancouver è prima incredulo, poi esacerbato: la partita, anche se la sconfitta è meno rotonda rispetto a quella di Montréal, è un dominio sovietico – inaccettabile agli occhi di chi pensava a otto facili passeggiate. Così, i British Columbians iniziano a ucheggiare. A fine partita, Phil Esposito, da buon capitano, ci mette la faccia e rilascia una dichiarazione alla televisione canadese – le sue parole resteranno nella storia dell'hockey. Il capitano si dice, a più riprese, deluso dalle proteste, assicura che i giocatori ce l'hanno messa tutta (il termine utilizzato - “150%” - è ben chiaro), che – anche se molti di loro giocano in squadre degli Stati Uniti – hanno accettato la sfida per amore del Canada, il loro paese. La loro casa.

La dichiarazione di Esposito potrebbe suonare come una resa, ma non lo è. Per il Canada è l'inizio della riscossa, anche se tre giocatori abbandoneranno il roster per tornare a disposizione dei loro club.


Una fase dei test match tra Svezia (dilettanti) e Canada (professionisti)

Alla pausa di due settimane prevista tra le partite in Canada e quelle in Russia, il pronostico iniziale è rovesciato. La mattina del 2 settembre, era comune pronosticare una serie da 8-0 (o massimo massimo 7-1) a favore dei giocatori Nhl. La sera dell'8 settembre, si pensa invece che ribaltare il passivo sarà una vera impresa. Anche se la prima parte delle Summit Series si è, in fondo, chiusa soltanto 2-1 per i “dilettanti”. Ciò che impaurisce è il gioco dei sovietici (quelli che – commenta Frank Mahovlich, che fa parte del roster canadese – se prendessero in mano un pallone da football americano “vincerebbero il Super Bowl in due anni”).

In quattro partite si è frantumato il mito della netta superiorità della Foglia d'Acero. Ma i nordamericani hanno alcuni jolly da giocare. Primo, a Mosca non dovranno subire le pressioni dei tifosi e dei media, che hanno trasformato in campo amico, in un handicap. Secondo, inizieranno a conoscersi un po' di più: una nazionale canadese di professionisti non esisteva prima di allora e nelle prime quattro partite si è vista la sfida fra un team composto di grandi individualità contro una squadra vera (non priva, come visto, di stelle). Terzo, possono recuperare dal lato fisico. Prima di arrivare a Mosca, il Team Canada si ferma in Svezia per due test match contro la nazionale locale: vincono in scioltezza la prima (4-1) e pareggiano la seconda. Le due partite sono dure,violente: i giocatori svedesi attaccheranno la ruvidezza dei professionisti Nhl, riecheggiando le proteste sovietiche e andando persino oltre: il loro stile di gioco sarà addirittura definito “criminale”.


Phil Esposito carambola sul ghiaccio durante la presentazione delle squadre, prima di gara 5

Alla fine, i canadesi arrivano a Mosca. E bene non si trovano. Durante la loro permanenza nella capitale russa denunceranno di tutto: confusione negli spostamenti, telefonate notturne, sparizione delle scorte di cibo, latte e soprattutto birra imbarcati dal Canada.

Tra i giocatori serpeggerà anche la paura di essere spiati: ne faranno le spese la staffa di fissaggio di un lampadario nella stanza di sotto - scambiata per una cimice da Mahovlich e strappata via - e uno specchio, buttato da Cashman fuori dalla sua stanza per timore che dietro ci sia nascosta una telecamera-spia. Tra inconvenienti, azioni di disturbo vere e presunte, inefficienze e paranoie, i canadesi arrivano dunque al Lužniki, arrabbiati e carichi. Il 22 settembre l'impianto è strapieno: 14.000 spettatori (tra cui 3.000 tifosi ospiti), con in tribuna le tre maggiori cariche dell'Urss: il segretario Pcus Leonid Brežnev, il primo ministro Alexej Kosygin e Nicolaj Podgornyj, presidente del presidium del Soviet supremo.

Si parte dopo un buffo fuori programma, che vede Phil Esposito fare patapunfete sul ghiaccio durante la presentazione delle squadre – con annesse risate del pubblico. Il capitano canadese non se ne cura e, a quanto pare, la sua compagine non perde la concentrazione: domina i primi due periodi, che chiude sul 3-0, e al 5' del terzo periodo è avanti 4-1. Praticamente, una formalità. E invece no: un gol di Anisin fa partire la riscossa sovietica. L'Urss segna quattro reti in meno di sei minuti e sorpassa il Canada. A fine partita, la media-realizzazione dei padroni di casa è impressionante: cinque gol su 11 tiri in porta.

Il blackout dei nordamericani, che avevano dominato gran parte della partita, mette a serio rischio le Series: ora, per portarsele a casa dovrebbero vincere tutte e tre le rimanenti partite – oltretutto in trasferta. Una missione quasi impossibile. Ma i sovietici – come avrebbe riconosciuto in portiere Tretjak - non hanno fatto i conti con un nemico invisibile: il rilassamento – loro che avevano sfruttato proprio la deconcentrazione canadese a loro favore, da gara 1 in poi.


Tuttavia, ancora più di un appagamento psicologico sbagliato che prorompe al momento in cui i sovietici conquistano tre match-ball per la vittoria finale, è un altro evento a dimostrarsi cruciale per la svolta delle Series: in una partita infarcita di errori arbitrali (li denunceranno con forza i canadesi, ma anche i sovietici), il canadese Bobby Clarke mira con il suo bastone alla caviglia di Charlamov e ne provoca la frattura. Poi ha ancora qualcosa da dire e Charlamov gli assesta un gancio sinistro.

La situazione si infiamma, e il tafferuglio sul ghiaccio è evitato, con molta fatica, da uno dei due arbitri. La clamorosa scorrettezza di Clarke – intenzionale e premeditata, come avrebbe ammesso lui stesso anni dopo – farà sparire dai radar l'incubo della difesa nordamericana, che salterà gara 7 e darà un contributo insignificante nell'ultima partita.

Togliere Charlamov a una selezione sovietica pur piena di stelle è come tirare via, in un momento decisivo, Pelé al Brasile, Maradona al Napoli, Eusébio al Benfica o Puskas all'Ungheria. E infatti, The Slash - come sarà soprannominato il brutale intervento sul russo – sarà determinante per le sorti delle Series.

Gara 6 finisce 3-2 per il Canada, che si conferma (questa volta per 4-3) nella partita numero 7, il 26 settembre. Incredibilmente, i “pro” pareggiano la sorte delle Series. E' tutto rimandato all'ultima partita, in programma il 28 settembre al Lužniki.


La foto-simbolo delle Summit Series 1972, scattata da Frank Lennon, ritrae l'esultanza di Paul Henderson dopo la rete decisiva

E il 28 settembre arriva, preceduto da un giallo. Un altro. Riguarda gli arbitri; quelli designati - lo svedese Uve Dahlberg e il cecoslovacco Rudolf Bata, che hanno diretto gara 5 e gara 7 – si trovano esautorati, dietro pressioni sovietiche. A sostituirli sono i due tedeschi Josef Kompalla e Franz Baader, più graditi ai padroni di casa. I canadesi non ci stanno, minacciano di tornarsene a casa. Parte la trattativa, che finisce nella maniera più prevedibile: ognuna delle due squadre sceglie un arbitro. Alla fine, si opta per il duo Bata-Kompalla.

E l'arbitraggio sembra partire in modo più clemente nei confronti dei padroni di casa, che conquistano alcune superiorità numeriche decisamente contestabili. Poi il match si assesta, il primo periodo finisce 2-2 e l'Urss sfrutta il secondo per allungare sul 5-3. Gli ultimi 20 minuti, per il Canada, sembrano uno slalom speciale in salita. Eppure, i nordamericani riescono, clamorosamente, a rientrare in partita, con una segnatura di Phil Esposito all'inizio dell'ultima ripresa del gioco.

A quel punto, i sovietici iniziano a virare su un match difensivo, e non è da loro. Incassano una rete, al 12', da Cournoyer. La luce che indica il goal resta accesa. Si accende il parapiglia, perché i canadesi temono l'annullamento della rete: finisce tutto in un megarissone tra i giocatori e la polizia. La rete viene, alla fine, convalidata normalmente e i sovietici si scoprono fragili. Il Canada attacca e Tretjak evita in più occasioni il gol.

Scatta l'ultimo minuto. Sembra finita. Se non che, accade l'imponderabile. Cournoyer prende il possesso della palla, Esposito tira debolmente, Tretjak respinge, Henderson si avventa sul pallone e non sbaglia. Goal e vantaggio canadese, a 34 secondi dal termine.

Passano come anni da parte nordamericana, come attimi velocissimi da parte sovietica. Il risultato non cambia più. 6-5 Canada e conquista delle Series. L'insperata vittoria è, per i canadesi, uno dei punti più alti della storia sportiva nazionale – forse il più alto. Rimane nella storia anche il commento del telecronista canadese Foster Hewitt:


Cournoyer has it on the wing. Here’s a shot. Henderson made a wild stab for it and fell. Here’s another shot. Right in front. They Score! Henderson has scored for Canada!".



Ogni cronista, nonostante tonnellate di ore davanti al microfono, ha una frase che contraddistingue la sua carriera. Per Nando Martellini è "4-3, goal di Rivera", in quei tempi supplementari che sono entrati nel mito del calcio. Per Edi Finger è "I wer' narrisch", "sto diventando matto", matto come solo un austriaco può essere dopo il 3-2 contro la Germania – con la soddisfazione di buttare fuori gli arcirivali anche dalla finale terzo e quarto. Per Mario Ferretti è "Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi", commentando per radio l'impresa dell'Airone alla Cuneo-Pinerolo del Giro 1949. Per Giampiero Galeazzi è l'iperbolica – e buffa, nello stesso momento - "Castellammare di Stabia contro Unione Sovietica", in uno dei primi testa a testa tra gli Abbagnale e il potente armo Urss (vinto dai "fratelloni" e da Peppiniello Di Capua). Per Paolo Rosi, è il "recupera" ripetuto in loop, come se servisse a spingere Pietro Mennea nella clamorosa rimonta che gli porta l'oro olimpico a Mosca 1980. Per Foster Hewitt, le parole che valgono la carriera sono, appunto, il commento alla rete decisiva delle Summit Series 1972, probabilmente il momento in cui l'hockey mondiale ha scritto la sua pagina più importante. Addirittura, si dice che la rete di Paul Henderson sia il quinto evento più importante della storia del Canada.

Insomma: le Series hanno influito sulla vita di un paese. E questo nonostante le reciproche scorrettezze, le risse, le telefonate notturne denunciate dei giocatori, nonostante l'intervento killer su Charlamov, che lo stesso Henderson avrebbe definito "il punto più basso delle Series" (salvo poi scusarsi con il compagno Bobby Clarke). Molto più duro, a questo proposito, Brian Conacher, ex giocatore Nhl passato alla Wha, che ha seguito le Series come commentatore: in un suo libro del 2007 avrebbe ammesso di essersi sentito "scioccato e disgustato" dal "brutale colpo alla caviglia sinistra di Charlamov". Le partite, avrebbe proseguito Conacher, "erano chiaramente andate oltre l'evento sportivo per il Team Canada e si erano trasformate letteralmente in una guerra sul ghiaccio senza limiti". Una guerra fredda, in tutti i sensi.

Gli strascichi, come è comprensibile, sono inevitabili: le polemiche monteranno ancora per molto tempo, da parte sovietica e non solo: l'arbitro Kompalla dichiarerà che, se fosse stato chiamato a dirigere altre dieci partite di questo tipo, sarebbe invecchiato di molti anni – aggiungendo un biasimo per il comportamento dei giocatori canadesi (accusati di utilizzare metodi in grado di mettere in pericolo addirittura le "vite" degli avversari) e sollievo per essere tornato a casa "illeso" (sic!).



Un'immagine della rivincita del 1974

Polemiche (feroci) a parte, è opinione comune che le Summit Series si siano concluse con più vincitori. Il Canada, ovviamente, che se le è portate a casa con una rimonta clamorosa e ai limiti dell'impossibile. Ma anche i sovietici (e, con loro, l'intero movimento olimpico), che se le sono giocate alla pari e le hanno perse per una segnatura a 34 secondi dal termine: hanno dimostrato di potersela giocare con i "pro" e, anzi, di essere tecnicamente più validi, anche se gli Nhl si sono dimostrati più "fisici".

Con loro, possono sentirsi vincitori anche i campioni del mondo cecoslovacchi, che il 30 settembre – e cioè appena dopo la fine delle Series – hanno ospitato i canadesi alla Sportovní Hala di Praga per un test match: il risultato finale è di 3-3, con i nordamericani che pareggiano il conto allo scadere. In ogni caso, le Summit Series aprono le porte a nuove sfide fra professionisti e dilettanti, anche se nessuna di queste arriverà ai livelli di tensione e di aspettativa fatti registrare da questo evento. La rivincita avviene nel 1974: questa volta, i canadesi scelgono di schierare giocatori della Wha – tra questi, i "reduci" del 1972 Frank Mahovlich, Pat Stapleton e, soprattutto Paul Henderson – ma anche altri pezzi da novanta, che hanno ceduto alle sirene della nuova lega. Tra questi, due veri e propri monumenti del disco su ghiaccio: Bobby Hull e l'ormai 46enne (ma ancora più che integro) Gordie Howe, alias Mister Hockey. L'ala, tuttora considerato uno dei più grandi di sempre, è convocato insieme ai figli Marty e Mark – quest'ultimo, in possesso anche del passaporto americano: ha persino giocato nella nazionale olimpica Usa ai Giochi di Sapporo, portandosi a casa l'argento.

Questa volta, a prevalere sono i sovietici, trascinati dal trio Mikhailov-Petrov-Charlamov: se le aggiudicano per 4 partite a 1, con tre pareggi. Nonostante l'età avanzata, Howe risulta il quarto marcatore dell'evento, precedendo Charlamov. Inevitabili le proteste: per gli arbitraggi da parte canadese (c'è sempre di mezzo Kompalla, con cui evidentemente non c'è feeling), per il gioco duro dei nordamericani da parte sovietica. Ma indipendentemente da tutto questo, le due rette che mai si dovevano incontrare, sono ormai diventate "convergenze parallele".

Negli anni a seguire, molte sono le sfide tra i due "mondi". Nel 1976, due squadre del campionato Urss (il Cska di Charlamov e il Krylia Sovetov) si confrontano con varie compagini Nhl: finirà con cinque vittorie sovietiche, due nordamericane e un pareggio. Sempre nel 1976 nasce la Canada Cup, competizione open tra le più forti squadre del mondo, senza distinzioni tra dilettanti e professionisti: se ne disputeranno cinque – quattro vinte dal Canada e una dall'Urss.


Valerij Charlamov

La Canada Cup anticipa la svolta che avviene nell'hockey – e nello sport – mondiale: l'apertura dei Giochi Olimpici e delle altre competizioni finora precluse ai professionisti. Da Albertville 1992, non ci sono più blocchi. E tutti possono partecipare. Per l'hockey, Giochi Olimpici invernali e Mondiali si trasformano in scontri fra titani, senza un vero dominatore: vincono Canada, Russia, Svezia, Repubblica Ceca, Finlandia, con l'inserimento una tantum della Slovacchia. Tutte le squadre maggiori, però, hanno ora giocatori Nhl nel roster: il campionato nordamericano si è ora internazionalizzato. Ed è stato affiancato da un torneo (professionistico) rivale: non più la nordamericana Wha (rientrata nei ranghi Nhl nel 1979), ma la Kontinental Hockey League – russa, ma aperta ad altre squadre di Europa e Asia – che punta a raggiungere il livello tecnico della National Hockey League nordamericana.

Il campionato è diviso in due conferenze (est e ovest), che a loro volta contengono quattro divisioni, dedicate a grandi dell'hockey. Due di questi sono stati protagonisti delle Summit Series 1972: l'allenatore Vsevolod Bobrov e l'immenso Valerij Charlamov, scomparso per un incidente automobilistico nel 1981. Valerij Charlamov, che senza l'agguato che lo mise fuori gioco avrebbe probabilmente cambiato le sorti di quella battaglia sul ghiaccio.


Maurizio Giuseppe Montagna


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