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  • redazioneolimpica

L'oro di Maya

Aggiornato il: 18 nov 2019



La notte tra il 15 e il 16 febbraio 2006, Maya Pedersen dorme malissimo. Una manciata di ore dopo deve scendere in pista. E' tra le favoritissime e ne sente il peso. Sa che questa è la sua possibilità di conquistare l'oro olimpico: è nata nel 1972, difficilmente se ne presenteranno altre. Molte delle avversarie che si troverà in gara le ha battute meno di un mese prima, agli Europei di Sankt Moritz. Ma i Giochi Olimpici sono tutta un'altra cosa.

Un'immagine d'epoca del Cresta Run

Maya può scrivere la storia. Il suo sport – lo skeleton – è nato proprio in Svizzera nella seconda metà dell'Ottocento: la prima pista - il Cresta Run, nel comune grigionese di Celerina - è stata creata nel 1885 per far divertire gli abbienti villeggianti anglosassoni (soprattutto inglesi) con l'abitudine di scendere dall'hotel Kulm della vicina Sankt Moritz in bob e in slittino, mettendosi a volte a pancia in giù invece che seduti. E creando - ça va sans dire - scompiglio e pericoli tra le vie della stazione turistica grigionese.

Lo skeleton è nato proprio lì, al Cresta Run, dove un inglese (un certo mister Child, nel 1892) ha progettato il primo slittino fatto apposta per andarci proni - quando in precedenza si cambiava semplicemente la propria posizione sul mezzo, mettendosi a pancia in giù invece che supini. Lo skeleton è nato lì, dunque, tra le Alpi della Confederazione. Ma alla vigilia di Torino 2006 la Svizzera, che ha visto svilupparsi l'idea e ha ospitato le prime competizioni, non ha mai conquistato un'oro olimpico nella disciplina. Sarà che, prima di Torino 2006, lo skeleton ha fatto parte del programma a cinque cerchi solo tre volte: alle due edizioni che si sono svolte a Sankt Moritz, nel 1928 e nel 1948 (entrambe solo con la gara maschile) e al ritorno ufficiale della disciplina, a Salt Lake City 2002, con l'aggiunta della prova femminile: nello Utah, Gregor Stähli – già campione del mondo 1994 - conquista la prima medaglia olimpica nello skeleton. Ma è un bronzo: i due ori sono di marca americana.


La pista di Cesana-Pariol durante Torino 2006

Maya Pedersen dorme male, la notte prima della gara. E' accompagnata dal marito Snorre, ex skeletonista norvegese (di Lillehammer, mia üga) e suo allenatore. Ecco il motivo del cognome nordico; da nubile Maya si chiamava Bieri ed è di Spiez, nel canton Berna. Pratica lo skeleton dal 1994. Con ottimi risultati. Ha infatti conquistato per ben due volte l'oro mondiale - la prima a Calgary, nel 2001, la seconda sempre nella città olimpica dell'Alberta, nel 2005. Nel mezzo, il quinto posto a Salt Lake City, ma soprattutto la nascita della figlia Miriam, nel 2004 e i propositi di ritiro. Definitivamente archiviati con la riconquista dell'alloro mondiale.

E ora la attende la pista di Cesana-Pariol, che ha una curva dedicata a Nino Bibbia, il valtellinese andato a vivere a St Moritz che vinse sì l'oro olimpico, ma per gli azzurri. Maya vuole conquistare la vittoria, come Nino. Ma è nervosissima. Dopo essersi svegliata stanca e nervosa, non ha fame. Fa colazione proprio perché deve farla – ma riesce a mangiare solo una banana e via andare. Stessa musica per il pranzo: "ho dovuto sforzarmi per mangiare un piatto di pasta", dirà a fine gara.

Appena arriva a Cesana, però, improvvisamente si rasserena. Il nervosismo di poco tempo prima non c'è più. E così l'atleta di Spiez inizia la prima manche tosta tosta. Curva dopo curva accumula vantaggio sulla seconda, la tedesca Diana Sartor. Alla fine, il margine di 37 centesimi sale e si porta a 65, distacco con cui Maya chiude la classifica provvisoria e frantuma (di 1"03) il record della pista. Dopo la Sartor, la canadese Hollingsworth-Richards, rivale di sempre, a 75 centesimi: poi l'inglese Shelley Rudman a 93 e l'altra elvetica, Tania Morel, a 1"21.


Un fotogramma della prima manche

Non è certo raro che il leader della prima manche aspetti la seconda con nervosismo e preoccupazione. Soprattutto quando il primo oro olimpico della carriera è lì, a portata di mano. Ma non è il caso di Maya Pedersen, nata Bieri. Lei ha già dato, ha già sfogato. Ora è tranquilla. Addirittura rilassata. "Troppo rilassata", ammetterà. E neppure la preoccupa la rimonta di Shelley Rudman – argento il mese precedente a Sankt Moritz proprio dietro alla Pedersen. L'inglese rimonta tutte le altre - anche la Sartor, scivolata fuori podio - e balza in testa alla classifica provvisoria. In attesa, naturalmente, della seconda manche di Maya.

E' anche vero che la Rudman è a 93 centesimi. Ma per la Pedersen basterebbe una partenza con poca spinta, una curva presa male, una sbandata per mangiarsi parte del vantaggio. E poi l'inglese ha fatto segnare il primo tempo nelle prove: altra dimostrazione che quella pista le è congeniale. Ma l'unica illusione per la Rudman è il tempo di spinta, in cui l'inglese recupera tre centesimi all'elvetica. Una gioia effimera: rilevamento per rilevamento, Maya accumula vantaggio: dai 90 del primo intertempo va a 98 centesimi, poi a un secondo, mantenuto per due rilevamenti cronometrici, e infine il +1"23 finale. La Pedersen non si limita a difendersi, ma si aggiudica anche la seconda manche: un vero trionfo. Anche se a caldo si dice sicura di aver vinto la gara nella prima prova: "dopo quella discesa ero convinta che l'oro non mi potesse sfuggire". E aggiunge: la medaglia d'oro appartiene anche al marito: senza il suo aiuto "non l'avrei mai vinta".


Ci si potrebbe scherzare un po': il primo oro svizzero nello skeleton olimpico è anche un po' norvegese, come Snorre – in fondo questo sport è nato nella Confederazione, ma con un contributo determinante degli inglesi. Internazionale era, internazionale è. Ci si può scherzare finché si vuole, certo, ma la sera successiva, al Medal Plaza di Torino, risuona solenne e maestoso il Salmo Svizzero. Risuona davanti a una Piazza Castello piena, gremita, per assistere alle premiazioni (tre) e agli spettacoli di contorno che vengono organizzati a margine dei Giochi.


Da sinistra a destra, Lambiel, Pluščenko e Buttle

Il 16 febbraio 2006, la Confederazione non festeggia solo il primo trionfo di sempre nello skeleton olimpico e il primo oro dei Giochi di Torino. Quella stessa giornata, i cinque cerchi si tingono di rossocrociato anche per altri due acuti. Il primo è l'argento di Stéphane Lambiel nel pattinaggio di figura – un argento che vale oro, dato che a dominare la gara è l'immenso Evgenij Pluščenko. Lambiel, campione del mondo 2005 (in questa gara il russo si è però ritirato dopo il programma corto, quando era comunque dietro) si aggrappa al secondo gradino del podio grazie a un'ineccepibile combinazione - quadruplo toe – triplo toe – doppio loop - difendendosi dalla furiosa rimonta del canadese Jeffrey Buttle.

Il secondo acuto elvetico del non è una medaglia, ma la clamorosa vittoria per 3-2 della rappresentativa rossocrociata di hockey su ghiaccio contro i campioni del mondo della Repubblica Ceca. Un'impresa che sarà "doppiata" due giorni dopo, quando la Eisgenossen liquiderà i maestri canadesi, n.1 del ranking mondiale, con un perentorio 2-0 – ironicamente, a decidere la partita sarà la doppietta dello canadese naturalizzato svizzero (e con chiare origini italiane) Paul Di Pietro.

Le storiche vittorie "torinesi" della squadra elvetica di hockey saranno le prime di una lunga serie, che porteranno la Eisgenossen a disputare due finali mondiali e a imporsi come assoluti protagonisti del disco su ghiaccio planetario.

E Maya? Maya si porta ancora a casa un argento mondiale nel 2007 e, dopo la seconda maternità, un secondo e un terzo posto nella gara a squadre mista bob-skeleton. A 37 anni riesce a qualificarsi per i Giochi di Vancouver, dove si piazza nona. Dopo l'impegno olimpico 2010 si ritira dal grande giro, ma non dal suo sport: continua a correre solo in Svizzera, dove inanella titoli nazionali. Nel 2016, riprende a calcare gli anelli di ghiaccio di tutto il mondo – ma questa volta come norvegese, in omaggio al suo paese adottivo e al marito-allenatore. L'uomo senza il quale Maya non avrebbe mai vinto l'oro olimpico.


Maurizio Giuseppe Montagna

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